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La legittimazione dei bisogni dei genitori: perché è fondamentale

Immagine del redattore: Zaira Pisciotta Albanese
Zaira Pisciotta Albanese
30 apr
Tempo di lettura: 2 min

La fatica invisibile che merita ascolto


“Quando il bambino ha bisogno, i genitori devono esserci sempre, rispondere con la loro presenza. Se piange va consolato, cullato, allattato…; non bisogna alzare la voce ma mantenersi calmi e allo stesso tempo fermi e autorevoli…”

Quante volte ho letto, sentito queste parole e quante volte mi hanno colpevolizzata privandomi di legittimare i miei bisogni?

Questo non vuol dire che non siano teoricamente PRINCIPI corretti, ma queste teorie devono andare di pari passo col senso di REALTÀ e mettere in conto la stanchezza dei genitori, oltre a tenere presente che ci sono bambini che mettono a dura prova mamma e papà, esaurendo in fretta le loro risorse.

Davanti a bambini che non dormono mai, piangono, non mangiano, sono perennemente oppositivi, si può arrivare a reazioni non controllate, a tensioni familiari e a quel  senso di inadeguatezza che spesso i genitori provano.


Senza contare che, oltre che su libri, blog e riviste, i "diktat" sulla nostra imperturbabilità e assertività arrivano anche da nonni, amici, maestre, altri genitori al parco e cassiere del supermercato.

A quanti è capitato di pensare di non farcela, di arrendersi perché “tanto è inutile”, “non so più cosa fare”?

È a quel punto che la nostra resilienza, la nostra capacità cioè di adattarci e reagire a ciò che ci succede, dovrebbe farci pensare che è arrivato il momento di chiedere aiuto.

Chiedere aiuto non è un FALLIMENTO; al contrario, è la dimostrazione che riusciamo a riconoscere i nostri limiti, che ogni persona ha, e  che siamo in grado di metterci in discussione. E questo ha valore nella vita di tutti i giorni, non solo quando parliamo di figli.


E l’aiuto non necessariamente deve passare in primis da uno specialista: chiediamo che qualcuno rimanga un po' col bambino mentre ci prendiamo del tempo per noi, che inizialmente può essere anche di una o due ore, soprattutto se il bimbo è allattato al seno e non possiamo allontanarci troppo.

Impariamo a delegare, creiamo una rete che ci permette, anche quando il bambino è un pochino più grande, di condividere l’educazione dei figli attraverso esperienze vissute insieme, come ad esempio pranzi e cene con altre famiglie.

Nel momento in cui cominceremo a farlo, faranno capolino inevitabilmente i sensi di colpa, a chi più e a chi meno in base alla nostra storia familiare e ai modelli che abbiamo avuto, con cui però impareremo piano piano a far pace, soprattutto nel momento in cui ci renderemo conto che tutto questo in realtà aiuta la relazione, sia con il bambino che con il partner, perché ci consentirà di non dover rimanere attaccati morbosamente a noi stessi per paura di perderci, aprendoci così all’altro e ai suoi bisogni; imparare a sentire, legittimare e rispettare le nostre necessità ci farà sentire più in equilibrio, restituendoci quell’immagine di noi come individui, come persone con una propria storia da preservare e da continuare a costruire, ritrovando un senso e una progettualità nella nostra quotidianità.


E tutto questo sarà, inoltre, un modello positivo che offriremo a nostro figlio, permettendogli un domani di legittimarsi a fare lo stesso.

Senza contare che il bambino che vedrà che siamo in grado di proteggere il nostro mondo, si sentirà più al sicuro perché sarà convinto che riusciremo a tutelare anche il suo. 


 
 
 

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